Annella Prisco Saggiomo, docente, operatrice culturale ed esperta nel settore della comunicazione, promuove presentazione di libri ed autori, partecipando spesso in qualità di relatrice sotto il profilo della critica letteraria. Vicepresidente del Centro Studi Michele Prisco e Consigliere d'Indirizzo della Fondazione Ravello, ha pubblicato alcuni racconti lunghi e testi di narrativa, di cui l'ultimo a fine 2005 "Chiaroscuri d'inverno" (Graus Editore) e scrive articoli ed interviste per vari periodici e quotidiani tra cui precedentemente "la Voce" di Indro Montanelli ed oggi per le pagine napoletane de "La Repubblica". Attualmente lavora presso la Regione Campania negli uffici di diretta collaborazione con la presidenza.
Annella Prisco Saggiomo
Trenincorsa
Attraverso brevi note di costume Annella Prisco Saggiomo traccia un quadro di Napoli: dal passato, rivissuto con sguardo nostalgico, al presente denso di contraddizioni. Da attenta osservatrice dei mutamenti in corso, la scrittrice non esita a denunciare lo spettacolo della Napoli dei nostri giorni, evitando però di demonizzarne le problematiche, le quali semmai accomunano la nostra città alle grandi metropoli. Compagni di viaggio di questo percorso, sorretto dall’ottimismo e dalla fiducia verso un’auspicabile rinascita, sono trenta personalità dell’arte, della cultura, della moda, dell’imprenditoria e della politica. Ne scaturisce un vivace libro-intervista, istantanea di una città colta nel suo momento più difficile e, al tempo stesso, ritratto di coloro che, nonostante le aspettative disattese, non hanno mai smesso di amarla.
Edizione 2008 - Euro 12,00
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Il libro letto da:
Antonio Carosella
16 Gennaio 2009Ho qualche difficoltà ad impostare ed avviare un discorso che sia dotato di senso e di organico sviluppo logico a proposito di un libro che è stato concepito e ideato per frammenti (anche temporalmente distinti) e composto senz’altra struttura unitaria che non fosse quella della mera successione delle sue parti ( a proposito: sarebbe stato opportuno indicare le date in calce ad ogni capitolo).
L’intervista, infatti, per quanto ne so, non è o non è ancora un genere letterario definito nei contenuti e nelle forme, tale cioè che renda facile il riferimento ad uno schema di discorso sufficientemente definito nelle modalità e nei tempi. Essa viene normalmente praticata nel mondo dell’informazione, giornalistica o televisiva che sia ( e infatti l’autrice informa che almeno le prime 22 interviste sono comparse su La Repubblica nel corso del 2005). Mi risulta soltanto, per informazione indiretta e occasionale, che da alcuni anni nella scuola italiana e nell’ambito dell’insegnamento dell’italiano anche l’intervista è divenuta una delle modalità di esercizio delle facoltà linguistico-espressive che i nostri giovani alunni sono chiamati a praticare.
Il libro, quindi, non avrebbe in sostanza altra organicità se non quella, direi, “tipografica”, cioè l’organicità puramente materiale conferita, insieme, dall’editore, dal grafico e dallo stampatore. Sennonché…
Sennonché nel caso particolare di TRENINCORSA si colgono con immediatezza alcune note caratteristiche le quali s’impongono con evidenza all’attenzione del lettore, reclamando un esame meno frettoloso e superficiale e rivendicando un giudizio meno sbrigativo.
In primo luogo si osserva che il titolo TRENINCORSA, oltre a dare il “la” all’intera materia còlta nella sua fugacità ed occasionalità, imprime anche a tutto il libro il senso della rapidità della corsa e il ritmo di una musicale leggerezza scandita dalle ricorrenti pause che separano le conversazioni con gli intervistati;
Ciascun capitolo, pur rivendicando a buon diritto la propria individualità, lascia aperto nella solleticata curiosità del lettore lo spiraglio per riversarsi sul successivo capitolo, con ciò imprimendo all’atto del leggere una continuità gradevole e gratificante e quindi rendendo accetto il libro nella sua interezza.
Se ci si domanda quale sia codesto filo conduttore che collega in ideale unità i trenta capitoli delle interviste, non si stenta a trovare la risposta: quel filo è lo stile, cioè la personalità dell’autrice, che è stata capace di “presentare” con adeguata efficacia trenta personaggi diversi e di collocarli in una galleria da lei ideata, sistemata e allestita.
Se poi la riflessione del lettore dal piano dell’apprezzamento delle qualità formali del libro relative alla lingua, sempre chiara nelle sue funzioni denotativa e connotativa, e della sua elaborazione stilistica, sempre fluida e armoniosa come la musica delicata d’un duetto sei-settecentesco, si sposta verso il piano dei contenuti, subito viene in primo piano il tema che collega tutt’e trenta le interviste: Napoli, centro e oggetto principale del’interesse comune all’autrice, agli intervistati e ai lettori.
E a questo punto il libro comincia a rivelare il suo aspetto più intrigante e più problematico.
La città appare un po’ a tutti gli intervistati, anche se in misure diverse e con diverse motivazioni, ambigua e misteriosa, sempre con due facce distinte e contrapposte: angolo di paradiso o cupo girone infernale, ma sempre come un “doppio”, le cui componenti non sono quasi mai in equilibrio perché a prevalere è or l’una or l’altra faccia: ora l’oscura eredità storica che nessun avanzamento riesce a lasciarsi definitivamente alle spalle (cfr. G. Galasso, n.9) ora la luminosa alba d’un nuovo rinascimento ( cfr. A. Bassolino, n.3) che non raggiunge mai il pieno e duraturo splendore della luce meridiana e, anzi, sprofonda nel buio della notte più fonda dove s’intrecciano le radici della criminalità e delle non meno voraci clientele politiche.
Questo contrasto è percepito da tutti gli intervistati e condiviso dall’autrice e dal presentatore del libro, talché al lettore, anch’egli coinvolto, resta l’amaro in bocca per non aver intravisto, attraverso la mediazione delle belle pagine del libro, neppure un lontano bagliore di luce consolatrice diffondersi sul desolante spettacolo d’una città divenuta ormai oggetto di amore e di odio, di lodi e di dispregio e condannata a non uscire dal drammatico dilemma di essere al tempo stesso capitale della cultura e della criminalità.
Su quest’aspetto della città tutti gli intervistati concordano, anche se ne danno motivazioni diverse. E la cosa non meraviglia più di tanto, se si tien conto della molteplicità delle cause e delle manifestazioni dell’una o dell’altra faccia della realtà. Ma non può non stupire che colui che oggi viene, a torto o a ragione, ritenuto come il principale responsabile del degrado di Napoli e della Campania, cioè A. Bassolino, ancora nel 2005 (anno dell’intervista) impartisse, senza esitare e senza arrossire, la nobile lezione dell’arte del governare con affermazioni siffatte: “saper ascoltare le idee altrui” o ” usare il linguaggio della verità e privo di demagogia” poi ampiamente e clamorosamente smentite dalla reale condotta politica.
Per tornare al lettore, ch’è poi in definitiva il destinatario della letteraria fatica dell’autrice, (e anch’io sono un lettore), occorre dire che nel quadro desolante che è stato abbozzato egli pur riesce a cogliere una nota positiva nella concordanza di tutte, dico tutte, le interviste nel riconoscere a Napoli qualche qualità che la rende unica al mondo: o come patria della canzone popolare (R.Arbore) o come “ la più asiatica delle città, dove per Asia s’intende l’esasperazione dei problemi” ( E. Bennato) o come “l’armonia perduta” che induce a “superare l’incompiutezza con la fantasia” (R. La Capria ) ovvero con l’auspicio di un ruolo determinante delle donne ( L. Wertmuller) o come “più autentica di Roma” (E. Montesano) o col riconoscimento ch’essa ”ha tutti i presupposti per essere la capitale d’Europa” (R. Maroni) o con il “superamento dell’individualismo” ( J. V. Quirante Rives) o, infine, con il forte e autorevole richiamo al dovere della scelta “o faro di civiltà nel Mediterraneo o immondezzaio d’Europa” di F. Roberti, condiviso dalla stessa autrice nella postfazione.
A proposito della quale va detto che essa riesce a sanare una sorta di riserva mentale accumulatasi nel lettore nel corso della lettura, vale a dire quella quasi asettica partecipazione dell’autrice al colloquio con tanti personaggi che non le strappa mai né un grido di allarmata protesta né un cenno di sia pur garbata riserva. Nella postfazione, invece, l’autrice riconquista tutt’interi la fiducia e il consenso del lettore, il quale si rende conto che quell’apparente impassibilità di lei come interlocutrice altro non era che la responsabile osservanza di una regola del gioco ch’ella stava conducendo e che, quindi, essa non implicava né sottindendeva complice e passivo consenso ma soltanto rinviava a sede e a tempo opportuni l’espressione del personale giudizio.
E anche questa nota “non fa d’onor poco argomento”.